da Gallinacciainfuga | Gen 17, 2025 | cancro al seno metastatico, Yoga
Come sanno tutti i distratti, ci si perde molto quando si è presi solo dai dettagli, ma come sanno gli ex distratti come me, ci si concentra sui dettagli per sopportare il tutto e per attraversare il tempo con meno angoscia. Quando riusciamo a recuperare l’attenzione, la presenza nel qui e ora come insegna lo yoga e come insegnano quasi tutte le discipline fin dal mondo antico (Hic et nunc) conquistiamo un super potere, che non è il controllo della realtà e degli altri, ma esattamente l’opposto, la capacità di leggere e decodificare solo attraverso l’osservazione, in un certo senso ci si libera dalla necessità di restare in attesa delle risposte, delle conferme. Io lo faccio come esercizio, mi chiedo come si evolverà una situazione, me lo chiedo in base alla mia osservazione il più possibile onesta, priva di pregiudizi e di preconcetti ma ho i miei elementi per valutare, li abbiamo tutti, se sappiamo osservare. Mantenere la concentrazione e aspettare, il tempo svela. Non ha nulla a che fare con il giudizio, piuttosto sulla capacità umana, tutta umana, di comprendere senza affidarsi all’oracolo.
da Gallinacciainfuga | Gen 14, 2025 | cancro al seno metastatico, Yoga
Ho ripreso a fare Yoga nonostante il dolore, devo dire che è stata una buona idea. Non è che il dolore sia magicamente sparito, solo che mi dà sempre fiducia riuscire ad andare avanti nonostante i i pesi che mi trascinano giù, penso che la vita sia questo, andare avanti nonostante il vento contrario ed è un’esperienza che riguarda tutti. A Bari c’è una meravigliosa espressione che riassume il senso dell’andare avanti e della progressione mentre si cerca di acchiappare ciò che ci sfugge, ciò che ci sta sfuggendo dalle mani mentre si è in movimento, un modo di dire che riassume necessità di tirare avanti e capacità di farlo, nonostante tutto, l’espressione è: Aundann Auandann. Io la trovo geniale. La traduzione letterale è “acchiappando acchiappando” ma l’immagine che evoca è più forte, è quella di un funambolo che schiva oggetti che gli vengono scaraventati addosso mentre raccoglie doveri che sfuggono, bambini che corrono, oggetti che inesorabilmente cadono, mentre si va avanti. Praticamente la mia vita, praticamente la vita di tutti, solo che questa espressione me la rende visibile. A fine mese saprò se il dolore è il seguito della micro frattura dello scorso anno perché mi sono affaticata più del dovuto (plausibile) oppure una progressione della malattia (altrettanto plausibile) in ogni caso si farà quello che si deve e si proseguirà, auandann auandann.
da Gallinacciainfuga | Gen 12, 2025 | cancro al seno metastatico, Yoga
Volevo cominciare la giornata con un bel post sull’attenzione, su quel che regala e soprattutto su cosa insegna lo yoga sull’attenzione. Ma è una giornata piovosa e fredda e io sono metereopatica. No, non è vero. A me le giornate di pioggia piacciono così come mi piace stare al caldo mentre fuori fa freddo. E’ proprio che oggi non riesco a vedere oltre le nuvole. Capita, non a caso il lunedì dell’ultima settimana di gennaio è il blue monday, ovvero il giorno in cui gli stati depressivi o le semplici malinconie raggiungono lo zenith. Perché l’inverno è ancora lungo, la luce ancora poca, le vacanze lontanissime. Durante gli anni dell’Università, quando motivi per essere triste ne avevo davvero pochissimi, ma la vita bisognerebbe viverla al contrario come Benjamin Button insegna, il mese in cui decidevo di lasciare l’università e Bologna, era sempre febbraio, passava febbraio e non ci pensavo più, così il terzo anno cominciai a capire che ci doveva essere una connessione tra la mia tristezza e il freddo e quindi smisi di lamentarmi e di intristirmi, almeno a febbraio.
Quindi sono metereopatica o no? Non interessa a nessuno lo so, ma io sono qui per capirmi, quindi interessa a me. Probabilmente la mancanza di luce influisce sull’umore di tutti e per non risentirne bisogna che incroci situazioni di felicità assoluta, praticamente è più facile vincere la lotteria.
Oggi sento forte la stanchezza di dover sempre motivarmi e non ho voglia di trovare mezze felicità, nuove strategie per giustificare né me stessa né le ovvie meschinità umane, non voglio trovare ragioni per sopportare ferite aperte e dolori inestinguibili. Posso? Non ho voglia di ripercorrere ragioni non mie e farmi carico di tossicità altrui, relazioni insanabili e giustificazioni d’accatto. Sono come sono, siete come siete. Ognuno per sé e dio per tutti, va bene così?
Stanchezza da mancanza di luce, si potrebbe dire. Vorrei lasciare andare le persone che mi riportano indietro, sempre, ostinatamente.
(Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infinite volte, come una danza sinistra con il dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. È qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fosse fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. H. Murakami)
da Gallinacciainfuga | Gen 10, 2025 | cancro al seno metastatico, Cose di Galline, Yoga
Mi capita spesso di ricordare un luogo, una via, una piazza, un locale dove posso aver mangiato o bevuto qualcosa, ma di non ricordare dove fossi, a quale latitudine. Una strana sensazione, cerco di ricostruire meglio il mio ricordo e qualche volta sono quasi sicura che quel ricordo riguardi proprio quella città, ma poi si allontana e sono altrettanto certa che potrebbe non essere proprio quella città. Mi capita anche che con i libri che leggo sul Kindle, tendo a dimenticare il titolo, cosa impossibile se il libro è di carta, questo mi fa pensare che la mia memoria del titolo dipende dal medium, un libro di carta ce l’ho tra le mani e rileggo il titolo ogni volta che lo apro, mentre il titolo di un libro elettronico lo leggo solo quando decido di leggerlo. Probabilmente ho una architettura cognitiva analogica, però lo detesto in ogni caso. Detesto non ricordare dove fossi quando mi viene in mente il mercato della frutta con quella luce di quel pomeriggio, quella pi.ccola piazza di cui ricordo perfettamente la fontana, mi fa pensare che i miei neuroni siano in caduta libera. Ma poi realizzo che in effetti fino a un certo punto della mia vita dimenticavo molto, ma molto di più. Anche se c’erano cose che proprio non avrei potuto dimenticare, come il titolo di un film, cosa che ora mi succede spesso, potevo dimenticare oggetti importanti dovunque, perdere sciarpe, occhiali e perfino borse con una frequenza impressionante e dimenticare volti e conversazioni con una velocità supersonica. Non mi succede quasi più, sono molto più concentrata e chi continua a trattarmi come una persona sbadata, non immagina che riesco a registrare ogni azione che basandosi su una me che non esiste più, intercetta con precisione ogni tentativo di manipolazione. E’ come se avessi acquisito un super potere. Ma del resto la concentrazione è un super potere. Non mi si può dire più: te l’avevo detto e farla franca, forse ti sei dimenticata e sperare di cavarsela. Non mi ribello, faccio finta di essere la scioccata di sempre. Ma intanto ho assistito a una rivelazione
da Gallinacciainfuga | Gen 8, 2025 | Fuga, Nomi cose città
C’è stato un tempo in cui ogni visita a Londra era gemellata da una visita in un’altra città, così ho vistato gran parte della Gran Bretagna, non solo le città più importanti, piccoli viaggi a cui penso spesso, perché c’è una parte di me, insieme ad un altro paio che vivono altrove, che vive davanti a una stufa di ghisa mentre guarda la pioggia che bagna il giardino. Nel silenzio, con la bruma, in una piccola accogliente casa molto calda. Una casa nelle Costwold, per capirci. Ma le Costwold per quanto bellissime, sono proprio l’Inghilterra da cartolina.
Il luogo o forse dovrei dire il non luogo a cui torno più spesso con i miei pensieri invece è Blackpool, in cui sono arrivata con Jacopo in un pomeriggio piovoso di novembre. I primi anni in cui era a Londra, mi accompagnava alla scoperta della Gran Bretagna, che per tutta la vita avevo ritenuto meno interessante di Londra.
Blackpool non so neppure come abbiamo fatto incrociarla e a sceglierla come gita per un fine settimana fuori Londra, forse avevamo visto uno di quei programmi di posizionamento di ristoranti e ci era sembrata subito un luogo che non potevamo perderci.
Una piccola città sul mare d’Irlanda che deve aver conosciuto grandi fasti come località di villeggiatura della working class inglese, prima dell’arrivo delle low cost e prima che gli inglesi scoprissero la Grecia in massa. Almeno questa è l’idea che me ne feci.
Non so come si possa passare una vacanza sul mare di Blackpool (una volta sono stata in Cornovaglia ad Agosto, ne ricordo la bellezza certo, ma anche il freddo impossibile per me) di sicuro la sensazione è che se la spassassero, è proprio una città simulacro, come una giostra abbandonata da decenni, con i suoi alberghi vuoti, la passeggiata, la piscina abbandonata e i suoi Fish & Chips ancora aperti. Con quella torre di ferro e la giostra che sembrano rincorrere Parigi e rendono l’atmosfera ancora più malinconica.
Non è molte distante da Londra, ma per noi fu come attraversare un’apertura spaziotemporale infinita. A volte ho l’impressione di averla sognata, Blackpool. I sedili di similpelle del fish and chips dell’ultimo giorno, verdi come il purè di piselli che servivano insieme al pesce. E quell’unico, credo, ristorante carino del primo giorno, in cui Jacopo mi fece una foto che amo, perché quello scatto tradisce il suo sguardo tenero su di me.
Il nostro albergo era maestoso, una costruzione d’epoca con un salone per la colazione immenso, deserto, quando lo visitammo noi, ma forse era molto presto. Era apparecchiato e allestito zeppa di ospiti di cui a noi era sfuggita la presenza, perché per tutto il tempo a me sembrò quasi deserto. La mia stanza aveva una di quelle tipiche, bellissime, finestre sporgenti, a bow window. Blackpool mi sembra di averla sognata per quanto era fatiscente e romantica. Come quelle vite epiche al tramonto, come una diva sciupata e sola, che continua a dire la sua nell’indifferenza del mondo
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